Darshana

Vorrei
che questa tortura finisse
ma in realtà non saprei
come addombrarmi,
vedo tormento
e ogni luogo coperto
di una densa nebbia.
Sento l’angoscia della prigionia,
e le mie membra pulsano,
come se ghermite da una stretta corda.
Non so se scappare o correre,
d’impulso prendere velocità
per un decollo senza speranza,
bruciare ogni cosa
sulla lama del vento aguzzo,
cenere disperdersa nel vuoto.
Ma sento
che non posso far altro:
aspettare.
Che l’angoscia rievochi
antiche credenze,
antiche ferite.
E mentre
le mie membra scalpitano,
come in preda a un raptus,
come preda
di un brutale predatore,
il mio cuore impazza e
la mia mente fugge nelle sanguinose viscere.
Aspetto e tollero,
scrivo e m’immergo.
Leggo, recito
disperatamente prego.
Ecco che in un attimo
m’avvedo
acido di nera bile
sciugo il sudore freddo,
mi guardo
e vedo.
Era un sogno,
terribile sogno,
non sono carne,
non sono un’ombroso riflesso
del sole.
Il respiro si slaccia,
il cuore rallenta.
Alcune lacrime rigano il volto,
nn più come segni di zanne, ora
come campi vangati.
Questo cielo grigio-neon,
nn é che una trappola,
nn sono io che soffro,
ne io
che gioisco.
Non il mondo
padrone,
aguzziono.
Negazione della
negazione.

Vuoto é adesso,
come un sasso lanciato nell’abisso,
l’unico ad ascoltare il proprio eco.
Osservatore e
osservato.
Senza figura di confronto,
il mio io si perde,
senza analogie,
senza differenza.
Dov’é l’arena,
quella stessa arena che mi vide vincitore,
che mi vide vinto?
Accetto la sconfitta come mia scelta?
Vivere,
morire,
c’é poi differenza?

Combatto,
il mio ultimo respiro
non sopporta te,
pacifica inerzia.
Zitto cadrei
nel tuo silenzio,
muto e morto.
Nella tua maliziosa gravità.
Se nn vedrò nemici degni
combatterò con tutto,
sfiderò il Tutto
alla mia presenza.

Urlo,
fendo così il tuo oblio,
e nel vuoto
l’eco molteplice di quello
mi rispondi.
Ho brandito la mia spada,
ma la luce
inaspettata
sorride,
si diverte.
Appare,
come di gratuita grazia, come
l’oasi che salva il pellegrino.
Mostra occhi di compassione,
il viso racchiude in se splendenti aurore,
vedo sciogliersi monti nevosi,
aprirsi l’estate all’autunno,
chiudersi il sole alla notte.
Cos’é che cercavo se nn questo?
Non ricordo.
Son perso e perduto,
salvo,
ritrovato.
Davvero cercavo qualcosa?
Il vuoto ora strarippa,
riempito,
colmato.
La memoria cede.

Cado
ignudo,
poi sfinito,
accecato.
Quello é il senso?
Troppo é per esserlo.
Poggio la mia fronte al suolo.
Lasciarsi battere da tale grandezza?
Le mie mani si congiungono.
Ma sì,
sconfitti dal Sublime é trionfo.

L’immagine scompare,
svengo e
al mio risveglio
di nuovo vuoto.
Vuoto.
Ma ora é pieno
d’invisibile pienezza:
ora so cosa disperatamente cerco.
Le lacrime mi acciecano,
la mente diviene schermo di quel ricordo.
Perché appari e
poi scompari?
Tormento.
Di nuovo tormento:
la dolce e
impaziente attesa
del Tuo ritorno.

(Pkd)

Diritti Riservati

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