Sulla Critica

L’argomento che trattiamo è molto interessante. È una delle tematiche fondamentali per il cammino spirituale di ognuno. È uno di quegli elefanti impazziti che può distruggere in un attimo la piantina dello Yoga, dell’unione, del congiungimento col Divino e con gli altri. Quello Yoga che stiamo cercando di costruire. Quella pianta che stiamo cercando di coltivare con la nostra pratica, coi nostri sforzi, con il lavoro che stiamo, più o meno, compiendo su noi stessi.
Questo elefante impazzito è, appunto, l’attitudine nel vedere falli, errori, difetti negli altri. Qualcuno chiama questa attitudine “critica”, vedremo come questa parola sia un termine con un campo semantico più vasto e ne daremo una definizione. Come ci insegna l’ottica della Bhagavad-gita metteremo questa parola nella bilancia dei Guna. Chi ha già esperienza della BG ha già l’occhio per fare quest’opera di discernimento, e distinguere ogni energia, ogni attributo sotto la categorizzazione dei tre Guna, le tre influenze della natura materiale, i tre modi portatori del campo psichico denso e sottile.
Ci sono moltepli esempi nei Veda che ci fanno vedere come persone sagge si siano poste nel confronto della critica. Ramachandra Puri e Mahaprabhu; Prakasananda sarasvati e Caitanya; Kasi e Harida thakur; Gadadara e Pundarikavidyanidi; Daksa e Siva; e così via.
Vedremo come comportarsi sia quando siamo criticati e qualcuno trova difetti in noi; sia quando siamo noi a trovare falli negli altri; e sia se vediamo che, ingiustamente, una persona viene intaccata o disturbata da qualcuno che trova difetti in lui, secondo il suo punto di vista.
Vedremo come comportarsi nel rispetto dei ruoli che noi abbiamo nei confronti degli altri, e che gli altri hanno nei nostri confronti.
È una tematica che da sempre riscuote grande importanza, dai tempi antichi a quelli moderni. Da sempre esiste. I Veda parlano in maniera molto dettagliata dell’argomento, sottolineano l’importanza di sviluppare una visione che, invece di vedere la negatività dell’altro, valorizza l’altro nelle sue qualità luminose e positive. Perché? Perché un “attivista dell’Amore” va a ricercare l’Amore, ha cura di far nascere e crescere l’Amore. A muovere e smuovere Amore.  Prima di tutto in se stesso attraverso l’attento esame che compie sulla propria persona, ma anche sugli altri. Vedere il lato negativo nell’altro significa dare importanza, dare energia e rinvigorire quel lato ombroso. Psichicamente accade che quel lato negativo si condensa maggiormente, diviene più evidente e in qualche modo ingabbia e identifica la persona in oggetto in quell’attributo. Questa condensazione, questa energia psichica che aiutiamo a creare diviene come un entità, come un fantasma che diviene sottilmente percepibile anche dagli altri. Ma questa è soltanto una proiezione che forziamo la persona a vestire.
Una gabbia in cui forziamo l’individuo a essere prigioniero e induciamo gli altri a fare lo stesso, rendendo difficile un superamento del problema, qualora esso ci fosse, qualora non fosse semplicemente una nostra relativa impressione.
Quando vediamo un lato luminoso invece, la persona si sente valorizzata e di conseguenza sentirà spontaneo il desiderio di mantenere quella stima e dunque di fare meglio. Quel lato luminoso dunque cresce e si espande.
Ci son vari punti di vista per trattare l’argomento. Iniziamo a vedere perché, da un punto di vista di evoluzione spirituale, questa tematica è molto importante per noi.
A chi pratica e vive un cammino spirituale e in particolare il cammino Vaisnava, il cammino della scuola di Caitanya Mahaprabhu. Per capire questo pensiero il modo più diretto è quello di studiare il Sistastaka, gli otto versi che ha personalmente scritto.
Il primo verso enfatizza il processo di purificazione dei lati ombrosi della psiche, attraverso l’utilizzo dei potentissimi Nama-mantra, dei “nomi divini”. Attraverso la recitazione e il canto.
Enfatizza come attraverso una fiducia iniziale sia possibile iniziare un cammino verso il raggiungimento del supremo Yoga, del supremo congiungimento col Divino, con la Natura e con gli altri.  Il cammino eterno, il Sanatana-dharma.
Nel secondo verso enfatizza come, all’interno di dei Nama-mantra le energie divine, le potenze divine, siano incarnate. Perciò attraverso l’associazione con queste vibrazioni, automaticamente ci associamo con il Divino.  E associandoci col Divino riscopriamo e rinvigoriamo le nostre qualità divine. Perché? Il Divino ci insegna come comportarci. Il Divino desidera ricevere Amore e dare Amore, ci vede come eterne personalità luminose. E la prima cosa che fa venendo in contatto con noi – quando ci vede proni all’avvicinamento, alla congiunzione e al desiderio di relazione mistica – è quello di valorizzarci. La prima cosa che accade quando ci mettiamo in risonanza col Divino e che ci sentiamo valorizzati, sentiamo di valere, sentiamo che la nostra vita ha valore, ha un senso.
Così riniziamo a scoprire quali sono le nostre parti eterne e luminose: che siamo entità che vanno al di là del tempo, della locazione spaziale e della circostanza psico-fisica in cui sono immerse.
E Caitanya Mahaprabhu, alla fine del secondo verso, dice “ma io sono così sfortunato che non ho nessun moto d’attrazione verso di Te, nella forma del Tuo santo Nome”. Alla fine del secondo verso si incomincia ad intravvedere il primo connotato fondamentale che permette di sviluppare la piena coscienza di avere l’associazione divina nella recitazione del Nome. Questa è l’Umiltà.
E il terzo verso è un condensato di quest’Umiltà. Essa è composta da differenti fattori. Il primo è un’umiltà d’essere. Sentirsi “più umili di un filo d’erba” significa mettere la propria identità, l’essere, in una situazione in cui ognuno, sotto un ottica spirituale, è superiore a noi. Questo è un modo di vedere Paramahamsa, una visione completamente realizzata. Ma in alcuni testi di traduzione del Sisastaka descrivono l’Umiltà come la conoscenza esatta della nostra posizione. Il Paramahamsa trascende i Guna,v al di là della percezione fenomenica. Perciò il santo sentendosi infinitesimo davanti alla visione divina, si sente piccolo come un filo d’erba.
Ma il Sisastaka da anche una soluzione per chi è in cammino ed è ancora soggetto ai Guna, immerso nel fenomenico. Umiltà allora significa sapere esattamente, lungimiranza e visione chiara, qual è la nostra posizione nel mondo e qual è la nostra posizione verso gli altri. Narada muni spiegò a Druva maharaj questo punto.  Dichiara che essendo posizionati in uno spazio dimensionale, esiste alto e basso, destra e sinistra. Cosa significa? Che nel nostro cammino di vita troveremo persone più elevate di noi,  persone risvegliate quanto noi, e persone che sono meno sveglie di noi.
Essere umili significa mettersi in questa scala e iniziare a discernere chi è più di noi, chi è pari e chi è meno. In modo di poter agire con discernimento, in modo coerente con i nostri valori
Immettersi in questa scala discernente non basta perché a seconda di come ci relazioniamo, con le tre categorie di individui che la nostra posizione crea, dipende la nostra evoluzione o la nostra involuzione.
Proprio nella diversità – vedendo l’altro è nostro specchio e dunque noi come riflesso nell’altro – che  possiamo propendere nell’enfatizzare le qualità altrui e dunque immetterci in una situazione che induce indirettamente la nostra evoluzione; oppure possiamo cercare di inabissare l’altro in modo che il nostro ego si senta falsamente valorizzato, per una subdola dinamica psichica. Abbassare l’altro ci da l’impressione di innalzare noi stessi se e solo se guardiamo dalla limitata ottica dei nostri egoistici desideri, ma per una visione ampia stiamo semplicemente cadendo vittime dell’illusione della relatività del nostro punto di riferimento immanente. Se l’altro è più in basso ci parrà di stare più in lato.
Lo scopo del terso sloka del Sisastaka è “kirtaniya sadah hari”. Nel secondo verso leggiamo “io sono così sfortunato che non ho alcuna attrazione per il Divino”, nessuna attrazione per la trascendenza. Ma l’umiltà porta a “kirtaniya sadah hari”, recitare costantemente il Nama-mantra, il nome divino. Ciò significa contemplare costantemente il Divino, essere immersi in una situazione divina, essere partecipi del regno spirituale, stare praticamente in una condizione di coscienza paradisiaca.
Dunque abbiamo visto un umiltà d’essere. La seconda caratteristica è la Tolleranza. Essere “tolleranti come un albero”. Pronti a dare, come l’albero da i suoi frutti a chiunque li colga, quindi pronti a valorizzare; inoltre pronti a dare rifugio a chi desidera accoglienza, ospitalità e comprensione; e infine inclini a sopportare attivamente, divenendo strumenti d’Amore e Compassione, le situazioni che possono apparire avverse. Un illustre Vaisnava ripete sempre che l’altezza di una persona è misurabile da quanto è capace di tollerare le situazioni avverse. È un punto molto importante.
A volte quando lo spiritualista maturo è direttamente preso in considerazione in una disputa non produttiva , ed è proprio lui il soggetto della critica, semplicemente tollera.
Oltre ad Umiltà e Tolleranza abbiamo un terzo punto “amanina manadena”:  bisognerebbe essere pronti a dare ogni rispetto agli altri, senza desiderare rispetto e onore come contraccambio.  Vediamo come questo passaggio sia proprio l’essenza del comportamento che si contrappone in modo netto e deciso alla critica distruttiva. Essere pronti a dare ogni rispetto agli altri nell’ottica della nostra posizione e nell’ottica dell’altri posizione. E in questa visione bisogna essere pronti a valorizzare l’altro. Essere pronti significa essere sempre attenti e sensibili nell’attuare questa valorizzazione. Sena aspettare niente in cambio, senza contare che gli altri facciano lo stesso. Lo spiritualista gode nell’innescare processi in cui l’Amore ristagnante si smuove, e spesso prima che questo riprenda a circolare in modo libero si incontreranno ostacoli, pregiudizi e barriere; bisognerà sconfiggere una forza inerziale. Lo spiritualista à pronto a farlo, perché trae piacere nel vedere che l’Amore circoli liberamente ed è pronto a caricarsi della responsabilità del pionere, del rivoluzionario e dell’anticonformista dello spirito. È un attivista dell’Amore, pronto a dare, senza farsi i conti in tasca: “se darò questo riceverò questo”.
Quindi nell’ottica del terzo verso del Sisastaka l’Umiltà è la chiave per potersi immergere in quella dimensione trascendente. Per questo da un punto di vista spirituale, questa tematica che stiamo trattando è molto importante per superare quelle ostruenti e stantie barriere dell’ego che ostacolano la nostra visione.
Ma ci sono vari altri punti di vista. Da un normale meccanismo psicologico se noi valorizziamo gli altri, automaticamente creiamo un circolo virtuoso per cui gli altri trarranno piacere nel frequentarci, proveranno gioia nel vederci e, poiché li valorizziamo, tenderanno a valorizzarci. Perché? Se noi impariamo l’arte di valorizzare, l’altro si sentirà compreso e deciderà di aprire il proprio cuore. Si creerà un amicizia più intima e empatica, basata sul reciproco sostegno. E anche se quest’unione non avvenisse, l’altro desidererà valorizzarci perché non appaia, agli occhi degli altri, superflua la nostra valorizzazione nei suoi confronti, ma anzi perché essa sia più forte perché detta da una “persona che sa il fatto suo”.
Se una persona si sente valorizzata darà il meglio di sé. Se possediamo un progetto, che sia un’azienda, la gestione di una casa, la famiglia, un amicizia, di un gruppo se le persone implicate sono contente e si sentono apprezzate ci sarà cooperazione e a lungo termine gli obiettivi verranno portati al successo. Se le persone in un qualsiasi gruppo sono contente, tutto il gruppo ne gioverà, altrimenti si creeranno dinamiche di arrivismo, di egoismo, di invidia e così via che rallenteranno o addirittura bloccheranno la missione.
Se le persone sono felici e si sentono valorizzate pienamente, si sentiranno parti importanti del progetto. E se c’è soddisfazione ci sarà continuità nel tempo dell’impegno per andare avanti e per superare gli ostacoli che si presenteranno.
Valorizzare l’altro è sempre produttivo. Sia se siamo noi a dirigere, sia se siamo noi ad essere diretti.
Perché allora accade che le persone si trovino a muovere delle critiche verso qualcun altro. Per vari motivi. Nel mondo dello spirito in cui l’Umiltà, la Tolleranza e il desiderio di offrire accoglienza sono delle caratteristiche naturali la critica distruttiva non esiste. Capiamo perciò che essa nasce da un moto dell’ego condizionato. Bhakti Tirtha swami diceva  che ogni persona  desidera ricevere amore e desidera dare amore. Ma a seconda  dell’incapsulamento del corpo sottile e del corpo denso, dell’essere immerso nel sistema corpo-psiche, questo desiderio viene filtrato e distorto. L’attitudine al donare comprensione distorta da una propensione deviata dal teocentrismo, ovvero il ruotare in coscienza attorno all’orbita divina, si sita in una visione ego centrata, diviene la propensione alla critica distruttiva. Essa appare come piacevole come appare attraente un’insignificante goccia d’acqua nel deserto, come il sollievo dato dal grattare una puntura di zanzara. C’è un certo piacere, o meglio l’idea di un certo sollievo.
Una motivazione l’abbiamo già accennata: abbassando l’antro desidero sentirmi superiore. Perché? Perché a mia volta voglio essere valorizzato, magari non ho fiducia nelle mie capacità. Ma questa richiesta risulta distorta. Non ho capito che solo valorizzando l’altro valorizzo me stesso.
Un’altra motivazione è che abbiamo un innato desiderio di parlare di altre persone. Questa propensione è archetipica e in realtà fa parte integrante della nostra identità spirituale. Nella dimensione trascendente un moto dell’essere è l’Hari-katha, ovvero la glorificazione del Divino, della dimensione divina, degli attributi divini, del divino nome e degli atti divini. Tutti coloro che sono entrati effettivamente nell’orbita teocentrica, che hanno accesso alla trascendenza, sono completamente innamorati di questa divina personalità centrale Hari, o meglio della coppia centrale, Radha e Krsna, che al massimo del possibile inscenano giochi d’Amore, in cui la valorizzazione dell’altro è l’unico perno portante.
In questo perenne innamoramento l’argomentazione principale ruota intorno alla figura divina e al servizio d’Amore che si può svolgere per valorizzare oltre il limite quell’atmosfera intrisa e gonfia di una felicità in continuo crescendo. Il parlare e ogni azione serve a creare ancora più Amore, ad amplificarlo attorno a questa centralità.
Abbiamo il desiderio di fare gossip, di parlare degli altri, proviamo un innato gusto per questo. Perché esso è intrinsecamente spirituale, ma lo viviamo in modo distorto a causa della nostra psiche ego centrata, dove tutto è in relazione con me, tutto ruoto intorno a me. In questa ottica gli altri diventano l’oggetto del nostro parlare e l’affossamento degli altri diventa il mezzo con cui troviamo piacere.
Ed è esattamente l’opposto del modello perfetto che abbiamo descritto e di cui i Veda ampiamente ci parlano, lasciandoci l’idea attraverso le immagini sacre.
Il mondo fenomenico e rappresentato nella Bhagavad-gita come un albero baniano rovesciato, riflesso sulla superficie di un lago. È l’immagine opposta, è la proiezione della perfezione trascendente. Dunque la stessa funzionalità della nostra archetipica essenza la troviamo distorta dalle onde dei Guna, increspata dai modi della natura materiale e allo stesso tempo distorta, nell’attitudine a parlare in modo inutile e distruttivo degli altri. Invece di valorizzare cerchiamo di affossare, questa è la principale distorsione.
Nel fenomenico, chiaramente, ognuno ha dei limiti, dei difetti e dei lati ombrosi. Per il fatto stesso che abbiamo un corpo limitato, dei sensi imperfetti, una psiche che può alterare la nostra visione della realtà e così via. Abbiamo delle modalità con cui ci esprimiamo, con cui agiamo. Abbiamo sicuramente dei limiti. Inoltre abbiamo delle caratteristiche che appaiono come difetti agli altri, ma che effettivamente non sono difetti ma semplicemente diversità caratteriali.
Una volta un amico, mentre stavamo parlando delle relazioni famigliari, mi disse saggiamente che aveva imparato a tollerare i difetti della moglie, sia quelli effettivi sia quelli che considerava come difetti, e che la moglie aveva imparato a fare lo stesso. Questo è molto interessante avevano imparato a tollerare quello che pensavano fosse un difetto dell’altro. Questo esempio ci fa aggiungere delle variabili in più al problema.
Non solo ci sono i difetti intrinseci dell’individuo, ma si manifestano anche le proiezioni dei difetti visti dall’altro. Una persona molto silenziosa messa affianco ad una persona che parla con un ritmo medio penserà di stare vicino ad un logorroico. Mentre una persona con una grande parlantina messa vicina ad una persona di media chiacchierata penserà quest’ultima noiosa. Ci sono difetti che notiamo in relazione ai nostri attributi. Una persona alta vicino ad una persona di media statura la guarderà dall’alto al basso, mentre quest’ultima guaderà dall’alto al basso una persona di bassa statura. È relativo, non è un difetto essere alto, basso o medio. Oltre ai connotati di tipo più oggettivo, esistono una serie innumerevole di connotati di tipo relativo.
Un famoso Vaisnava faceva notare come spesso persone appartenenti allo stesso gruppo si concentrino a criticare un altro componente del medesimo, mentre – seppur condizionato allo stesso modo – potrebbero parlar male o accanirsi verso l’esterno. Perché si tenta di affossare chi sta nella propria cerchia? Perché è proprio nel proprio ambiente – che può esser più o meno espanso – che si trova una dimensione in cui possiamo guadagnare falso prestigio. Perché è nel mio ambiente che desidero avere una posizione e perciò cerco di ottenerla abissando chi mi impedisce di essere nella posizione che desidero, chi spicca più di me o chi in qualche modo oscura la mia posizione, rendendola relativamente inferiore. Vogliamo essere notati, elogiati e valorizzati. Ma la legge della Natura, che con attenzione restituisce le azioni che generiamo nel mondo, non permette la nostra desiderata valorizzazione fintanto che non siamo noi a valorizzare l’altro. Ad ogni azione segue una reazione della medesima qualità. Questa è una legge fenomenica sottile.
Quando Narada mini parlò a Druva Maharaj gli spiegò che  in relazione all’individuo, in modo relativo, esistono persone che sono più elevate, altre che sono al medesimo livello e altre ancora che sono ad un livello evolutivo inferiore. E in relazione con queste si può avere un modo di agire luminoso oppure ombroso. Vediamo su più livelli la relatività della posizione di superiorità, uguaglianza e inferiorità: può essere relativa ad una condizione economica, sociale, di dinamiche di potere oppure riguardanti l’evoluzione in coscienza. Invece di provare invidia per una persona che ci è superiore, invece di competere con una persona che è nostra pari e invece di prevaricare su chi è inferiore alla nostra posizione; Narada muni spiega che è necessario concentrarsi sull’altra faccia luminosa della medaglia, perché è quella che fa evolvere noi e gli altri. Dovremo apprezzare,esser felici e imparare da chi è superiore perché ha raggiunto un livello a cui possiamo aspirare se ci mettiamo nella posizione di umili studenti; dovremo cooperare con chi è al nostro livello e creare amicizia, perché con l’amicizia si va più facilmente avanti; e infine dovremo con chi è in una situazione più bassa essere misericordiosi, pronti a dare aiuto e rifugio, in modo che la persona sia guidata a portarsi almeno alla nostra posizione. E se ci pensiamo questo è proprio il modo in cui desidereremo essere trattati dagli altri.
La critica può avvenire in uno di questi tre livelli e può manifestarsi da uno di questi tre livelli. Dunque abbiamo tre per tre variabili, abbiamo differenti combinazioni che potremo analizzare.

 (Premakumara das)

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